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Fattori sociali e valori protettivi dei dispositivi di protezione individuale

a cura del dott. Piergiorgio Frasca, psicologo del lavoro

In questi ultimi anni, girando per le strade e osservando i cantieri di costruzione o entrando nei capannoni ove si eseguono le lavorazioni, si notano sempre più lavoratori che indossano i dispositivi individuali di protezione (DPI). Sono segnali che inducono a pensare che le attività d’informazione e formazione dei lavoratori sulla sicurezza nel lavoro sviluppate negli ultimi anni e la crescente attività ispettiva attuata dagli Organi di vigilanza abbiano sortito degli effetti positivi. Tuttavia, nonostante i positivi risultati ottenuti, sono ancora tanti i lavoratori che non utilizzano i DPI prescritti, se non quando sono pressati dai loro capi. Segnale questo che indica che la sensibilizzazione in materia di sicurezza non ha ancora raggiunto un livello tale da fare ritenere di essere ormai giunti a condizioni stabili di utilizzo sistematico e autonomo dei DPI.

Sempre osservando i comportamenti sul lavoro, si può anche costatare che l’uso dei DPI risponde in genere a una norma di gruppo più che un bisogno di protezione concreta da un rischio, sentito individualmente. Infatti, è frequente il caso che in un cantiere o in un’officina i DPI sono indossati da tutti o da nessuno. Sembra, dunque, che l’uso o il non uso dei dispositivi di protezione non sia tanto collegato con la loro funzione protettiva, ma risponda a criteri diversi che spesso con la protezione dal rischio non hanno molto a che vedere. In altri termini, l’uso dei DPI in dotazione sarebbe più dovuto a fattori sociali, quali la coesione di gruppo e la protezione sociale e psicologica che esso offre, unitamente alla naturale tendenza al conformismo tipica dell’essere umano, anziché sull’apprezzamento del loro valore concretamente protettivo dai rischi delle attività svolte. Il riconoscimento del legame esistente tra dispositivo di protezione, rischio e danno può, infatti, essere percepito e metabolizzato a condizione che il lavoratore abbia costruita una mappa mentale che consenta di attivare le proprie facoltà mentali, le conoscenze e gli altri elementi personali di cui dispone, dando corpo ad un “costrutto mentale” che consenta di individuare, riconoscere e valutare i potenziali fattori di rischio presenti nell’ambiente. Questo costrutto mentale condiziona e orienta la “percezione dei rischi” che il compito e l’attività svolta comportano e dai quali il DPI può proteggere.

L’uso o il non uso dei DPI non sembrerebbe, dunque, dipendere tanto dalla conoscenza dei rischi dell’ambiente di lavoro e delle mansioni svolte, quanto, piuttosto, dal costrutto mentale su cui si basa la capacità del soggetto di percepire i rischi del luogo di lavoro e dalla sua naturale tendenza ad affrontare il rischio, condizione quest’ultima che costituisce un altro elemento che può favorire o non favorire l’uso dei DPI. La capacità di percepire il rischio non consiste, dunque, solo nel saperli individuare e riconoscere nel contesto in cui l’individuo sta operando: essa è qualcosa di più del semplice “vedere” o “sentire” o “sapere”. Si tratta, infatti, di una capacità complessa che chiama in causa tutte le risorse di cui la persona dispone e che non riguarda solo gli elementi della sfera cognitiva del soggetto, ossia le conoscenze, abilità e capacità che possiede in riferimento agli specifici rischi della situazione. Si tratta, piuttosto, di una particolare capacità che fa soprattutto leva sul legame “affettivo” che permea la sua relazione con la situazione lavorativa e con l’organizzazione di cui è parte. La sua capacità di percepire il pericolo e il rischio a esso associato è pertanto condizionata anche dal modello di cultura che permea il contesto di lavoro, dalle motivazioni che spingono l’individuo a fare delle scelte e ad agire, dagli atteggiamenti e dalle aspettative dei suoi compagni di lavoro e dei suoi capi.

In relazione alla complessità del fenomeno, gli psicologi hanno avviato numerose ricerche volte a individuare l’esistenza di modelli e di caratteristiche stabili che consentissero di descrivere con chiarezza il fenomeno e le sue implicazioni. Si è così passati da una concezione iniziale in cui l’elemento dominante era totalmente attribuito a variabili individuali, a una prospettiva psicosociale in cui la percezione del rischio è considerata come un “costrutto” avente la caratteristica di un fenomeno multidimensionale che si struttura sulla base dell’interazione di fattori individuali, sociali, culturali che caratterizzano il contesto esperienziale della persona. Questo cambiamento nel modo di concepire la percezione del rischio ha modificato il modo di elaborare e affrontare il problema della sicurezza sul lavoro, inizialmente focalizzato quasi esclusivamente sulla componente umana, ampliando l’orizzonte di analisi, estendendolo anche alle caratteristiche dell’organizzazione, al cui interno si realizzano le attività “professionali” ed i comportamenti sul lavoro. Di conseguenza la percezione del rischio non è più intesa solo come una questione di pertinenza del singolo individuo, ma come una questione che riguarda anche tutta l’organizzazione. In particolare, dagli studi è emerso che una valutazione “corretta” dei rischi lavorativi può influire sulla frequenza d’incidenti e infortuni e sulla loro riduzione. Inoltre, si è anche costatato che la percezione del rischio è una variabile importante da considerare nello sviluppo di adeguati programmi e interventi in tema di sicurezza sul lavoro. Sul piano pratico i risultati delle ricerche indicano l’opportunità, quando non la necessità, da parte dell’azienda di conoscere come si configura la percezione del rischio dei soggetti che vi lavorano, quale elemento importante per conoscere il livello di “affidabilità” delle risorse umane e del sistema uomo-macchina-ambiente nel cui ambito le risorse umane operano e con il quale si relazionano.

Con riferimento alla rappresentazione mentale che riguarda aspetti della sicurezza, si fa generalmente riferimento ai concetti di “pericolo” e di “rischio”: concetti differenti ma spesso non appropriatamente utilizzati come sinonimi. Con il concetto di “rischio” ci riferiamo alla valutazione soggettiva della probabilità che si possa verificare un evento indesiderato, a causa di un pericolo potenziale, identificato e stimato in base alle conoscenze possedute dai soggetti. Il concetto di “pericolo” fa invece riferimento a una condizione obiettiva, a una caratteristica stabilmente posseduta da un oggetto o situazione che può realmente provocare un danno a una o più persone. Sul piano pratico il concetto di pericolo fa riferimento a eventi, oggetti e situazioni invarianti rispetto ai singoli individui; il concetto di rischio, al contrario riguarda stime e modalità interpretative derivanti da caratteristiche assolutamente soggettive e, di conseguenza, specifiche dei singoli individui.

Studi recenti in materia hanno rilevato che la rappresentazione mentale individuale associata al costrutto della “percezione del rischio” si basa su due fattori principali: il giudizio che l’individuo da sul livello di pericolosità dell’evento, oggetto o situazione, e sulla reale conoscenza che il soggetto possiede del rischio. Si è anche accertata l’esistenza di una sostanziale differenza tra l’esperienza umana della percezione individuale del rischio e la sua valutazione sul piano organizzativo. La percezione individuale del rischio in generale sembra essere riconducibile all’esistenza di alcuni aspetti “universali”, quali la “conoscenza”, la “gravità” e l'”incontrollabilità” attribuita al rischio. Invece, la percezione e la valutazione dei rischi presenti in ambito lavorativo sembra costituirsi sulla base di alcune dimensioni rilevanti, quali:

  • La dannosità dei pericoli presenti;
  • La loro frequenza;
  • Il livello di esposizione personale;
  • Il controllo reale che i lavoratori esercitano sui fattori di rischio;
  • La familiarità con le mansioni svolte;
  • Il tipo e grado di esperienza posseduti dai soggetti.

In base alle ricerche fatte, si è anche costatata una certa tendenza in lavoratori costantemente esposti a determinati fattori di rischio a sottostimare i propri rischi professionali, dando luogo ad una tendenza definita “illusione di sicurezza”, a causa della quale viene evitata l’adozione di norme e misure di sicurezza e prevenzione, malgrado la consapevolezza dell’esposizione a pericoli presenti nell’ambiente di lavoro. I risultati di alcune ricerche hanno anche evidenziato l’esistenza di una significativa correlazione della “percezione della pericolosità” e della “sensazione dei soggetti di potere evitare o controllare i fattori di rischio” con il livello di adeguatezza della formazione sulla sicurezza ricevuta. Questi risultati confermano le potenzialità che un’adeguata formazione riveste sia per fornire una percezione più corretta sui pericoli presenti nell’ambiente lavorativo, sia sul miglioramento della capacità di evitare o controllare le possibili minacce.

Per quanto riguarda espressamente l’uso dei DPI, si è costatato che i fattori che ne influenzano l’utilizzo corretto e sistematico sono un’adeguata formazione sulla percezione del rischio e il clima di sicurezza esistente nell’azienda/reparto/gruppo di lavoro, inteso come percezione condivisa circa le pratiche, le procedure e le politiche di sicurezza adottate dall’organizzazione. Pertanto, se si vuole incentivare l’uso dei DPI sul lavoro, è essenziale sviluppare attività formative che non siano basate sulla sola conoscenza dei rischi alla cui protezione i DPI sono destinati, ma che realizzino soprattutto lo scopo di coinvolgere tutti gli attori aziendali sull’obiettivo di costruire un clima di sicurezza fondato sulla percezione condivisa dei rischi esistenti nelle attività svolte.

Dott. Piergiorgio Frasca, Psicologo del lavoro e delle organizzazioni